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C’erano anni in cui la comunicazione del “tutto esaurito” a un concerto era data per puro spirito di servizio. Il senso, in sostanza, era: io organizzatore, che ci tengo al mio cliente, gli evito seccanti perdite di tempo facendogli sapere che è inutile, la sera dello spettacolo, uscire di casa per mettersi speranzoso in coda al botteghino, perché i biglietti sono già stati tutti venduti. Erano altri tempi.

 

Adesso il sold out è una medaglia da appuntarsi al petto a tutti i costi. Se sia per soddisfare l’ego di chi il lo organizza, o di chi ci si esibisce, o ancora per creare prestigio (che evidentemente non c’è: adesso si chiama hype) intorno a un evento non lo sappiamo, né abbiamo la pretesa di spiegarlo. Lo scorso anno Il Fatto Quotidiano pubblicò un’inchiesta molto dettagliata e approfondita sul fenomeno che svelò motivazioni più solide e plausibili di quelle riferibili al narcisismo o al marketing. Per certi versi, fu consolante: sapere che fosse una questione di soldi più che di autostima ci convinse che, dopo tutto, il mondo (della musica live, e quello che ci gira intorno) non fosse messo poi così male. Evidentemente ci eravamo ricreduti troppo in fretta.

A fine febbraio è stata annunciata, in pompa magna, la prima edizione italiana del Tomorrowland, festival dance di fama mondiale nato in Belgio nel 2005 diventato negli anni un brand internazionale (un po’ come il Lollapalooza per il rock e affini) in grado di organizzare eventi ai quattro angoli del globo. Il cartellone in prima battuta non viene comunicato, ma si sa: il Tomorrowland è una garanzia, e il mistero sulla line-up non stupisce nessuno. Le uniche indicazioni riguardano una data e un luogo, il 28 luglio al parco di Monza. E l’inizio delle prevendite generali: venerdì 2 marzo 2018. Bene.

Giovedì primo marzo, cioè un giorno prima dell’apertura delle prevendite generali, gli organizzatori annunciano il sold out dell’evento. Calma, però, perché una ragione c’è, e la DeLorean di Marty McFly non c’entra: i biglietti sono andati a ruba – in appena cinque ore, assicurano gli organizzatori – già nella fase “early bird”, ovvero in quella fase in cui, per mezzo di una pre-registrazione, ci si “prenota” per avere un tagliando a prezzo scontato. In sostanza tutti i biglietti disponibili sono stati acquistati già nella fase promozionale, esaurendosi prima della prevendita generale. Benissimo.

Ma alla fine quanti biglietti sono stati venduti? Nessuno lo sa, e – pare di capire – nessuno ha intenzione di comunicarlo. Ma, soprattutto: dove si terrà, di preciso, la prima edizione italiana del Tomorrowland? Il parco di Monza è grande: ci sono spazi come quello del paddock dell’autodromo, dove nell”89 i Pink Floyd radunarono 60mila persone, o ancora come quello del prato della Gerascia, sempre nell’area del circuito, dove due anni fa Ligabue riuscì a concentrarne 80mila solo in una sera, o ancora l’area dell’ex Ippodromo, dove Papa Francesco, nel 2017, ne ha radunate addirittura un milione. Anche qui, di indicazioni al momento non ce ne sono.

Quindi, in pratica, sappiamo che c’è un festival al quale per il momento sono stati annunciati solo tre nomi – Klingande, uno che ha azzeccato un pezzo (“Jubel”) cinque anni fa per poi sparire dai radar, almeno quelli delle classifiche, Mike Dem e Yves V, quest’ultimo al Tomorrowland praticamente di casa, con otto edizioni all’attivo come performer – né sappiamo dove esattamente si farà (e quindi che affluenza di pubblico potrà sopportare), né tantomeno quanti biglietti abbia venduto fino a ora, ma al quale – dannazione – non potremo andare, perché già andato tutto esaurito. Quindi o ci siamo persi noi qualcosa, o questa faccenda del sold out a tutti i costi è sfuggita di mano…

(Guglielmo Cancelli)