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Nei giorni scorsi su Twitter è apparsa una battuta – la cui paternità va riconosciuta all’umorista Cristiano Micucci in arte Mix – che una volta avrebbe dato molto fastidio a Luciano Ligabue; ora, forse un po’ meno. La battuta è:

Per coerenza Ligabue dovrebbe fare film con soli 3 o 4 colori.

Se siete fan, già vi sarete innervositi. Per cui, tanto vale: diciamo subito tutte le cattiverie, poi le cose positive teniamole per la seconda parte.

1. Le cattiverie.

Il regista di “Made in Italy” è decisamente diverso da quello di “Radiofreccia”. Sì, il nome è lo stesso, ma qualcosa è cambiato, ed è interessante capire cosa. Per cui, via il dente via il dolore: “Made in Italy” è un film che sta tra Gabriele Muccino e le fiction più pesanti di RaiUno. Un film depresso nel quale malgrado uno dei personaggi enunci una interessante Legge del Furiere che regolerebbe la vita del Paese, quella che regola la vita di Riko/Liga/Accorsi è oggettivamente la Legge di Murphy: la moglie, l’amico, il lavoro, il bambino perduto, il padre (la madre no, è già morta): ovunque si giri gli arriva una mazzata. Ma nessuna di queste stazioni del suo calvario di provincia genera verità luminose: non solo manca l’intensità un po’ mugugnosa che rende interessanti i Ligalibri, ma manca la solennità del monologo di “Radiofreccia” (le rovesciate di Boninsegna eccetera) che in questi vent’anni si è infilato ovunque, fin dagli albori dell’Internet italiana.

Oh, naturalmente c’è un monologo finale anche qui, e forse qualcuno farà sue certe frasi sottolineate anche un po’ con malagrazia (“…è un attimo, farsi andare tutto bene”, “Un paese ci vuole”). E farà presa facilmente, specie in questo periodo pre-elettorale, l’intenzione di raccontare “le persone per bene”, le cui traversie vengono lontanamente attribuite a una distante casta di turpi, cinici e corrotti che hanno rovinato questo Paese. A margine, non viene detto apertamente ma il sospetto è che anche le infedeltà coniugali in fondo siano colpa del disagio sociale.

Ma la verità è che abbondano i dialoghi faciloni, battute che hanno visto la luce intorno al 1979, snodi narrativi visti più volte nel cinema italiano vecchio e nuovo, momenti di esaltazione così triti da risultare sconfortanti: la partita a scopa ripresa al rallentatore con musica epica in sottofondo, la giornata con gli extracomunitari poveri ma felici, la cerimonia di nozze fabiovolesca con il celebrante simpaticone che dice simpaticamente “Io vi dichiaro… fuori di melone”. Che poi è una tra le tante battute faticose e piattissime tipo “Ci sei nato così idiota oppure hai fatto dei corsi?”, “Eccovi qui, culo e camicia – Non voglio sapere chi sia camicia, e chi sia culo”. “Partire, stasera? Stai provando nuove droghe?”

E tuttavia proprio qui, da questo humour così sciapo, potremmo dare il via al contropiede, ovvero…

2. Le parole buone.

Siccome Ligabue è capace – tecnicamente – di fare film, ed è capace di raccontare, forse ha voluto deliberatamente che il film avesse un tessuto così semplicione. Perché c’è gente là fuori che quelle battute le fa davvero. Sapete, il genere “Oh, ma chi è il tuo pusher? Fammelo conoscere perché mi sa che ha della roba buonissima!” (e se la battuta viene fatta sui social, seguono faccine che ridono con le lacrime). Ci sono persone i cui dialoghi sono di grana grossa, sì – altrimenti Tommaso Paradiso verrebbe percosso con dei complementi d’arredo non appena si azzarda a cantare “Che super taglio di capelli che hai, potresti vincere tutto – dobbiamo fare adesso subito qua una foto che spacca”. Non bisogna farsi ingannare dai finissimi umoristi di twitter: le nostre scuole sono piene di ragazzi per i quali la barzelletta di Pierino in bicicletta (“Guarda mamma senza mani, guarda mamma fenfa denti”) è un componimento astruso che andrebbe illustrato con delle foto.

Così, se i disastri che capitano a Riko/Accorsi sono telefonatissimi, la tesi potrebbe essere proprio che ci sono persone – per bene, dice Ligabue – alle quali succedono sfighe banali forse, ma non per questo da ignorare.
Ecco, a costo di essere generosi con lui, non possiamo escludere che Ligabue abbia voluto essere popolarissimo, come il cinema comunista del dopoguerra ma anche, in declinazioni più recenti, come quello dei Vanzina e poi quello di Fabio Volo (che sì, erano di sinistra anche loro).

Delle teste fine, a Ligabue non frega più niente – e la cosa ormai è un po’ reciproca. Ma del pubblico sì, e la sensazione è che a un “Made in Italy” (album) meno apprezzato dei precedenti, abbia voluto far seguire un “Made in Italy” (film) più facile. Forse perché in fondo la musica stessa, da qualche anno, gli risulta meno facile.
Certo non è un film per chi ama il cinema, e molti troveranno ironico che il rocker cresciuto a Rolling Stones e Who indichi la salvezza nella famiglia e nel paesino proprio come un Albano Carrisi.

E a proposito di musica, Liga non si fa certo un favore affiancando le sue ultimissime composizioni a pezzi come “Waterfront” dei Simple Minds o “Song to the Siren” (versione dei This Mortal Coil). In compenso una parola di elogio per il cast va detta, da Kasia Smutniak (quando non le viene chiesto di fare la #giovanedonnaintensa e la #giovanedonnasolare, ma è un dazio cui il cinema made in Italy ci ha abituati) a tutti i comprimari. Quanto al protagonista, non ce ne vogliano le più pagate star di Hollywood, ma nelle scene in cui bisogna essere inespressivi e bovini, Stefano Accorsi è il numero uno al mondo di ogni epoca, e non a caso Ligabue che lo conosce bene di queste scene ne ha inserite moltissime. Colpisce inoltre che al recitare in modo impossibile unisca il ballare in modo incomprensibile. Ma quando uno è artista a 360 gradi…

(Paolo Madeddu)