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Nel romanzo Il lungo addio di Raymond Chandler, il detective Philip Marlowe viene ingannato da un amico che (spoiler in arrivo) credeva morto. Il lunghissimo addio di Elio & le Storie Tese ha calamitato parecchio rancore, in particolare da parte degli irreprensibili media, tra i quali a dire la verità c’era chi da tempo era in attesa con lo schioppo – e le scarse attitudini diplomatiche del frontman (ribadite in alcune recenti interviste dalle quali risulta umile come Berlusconi) non hanno aiutato Arrivedorci a essere “elogiata dalla critica” come vorrebbe il testo.

Un risultato pessimo

Ultima classificata a Sanremo 2018, risultato persino peggiore di quello ottenuto dalla non eccelsa Vincere l’odio del 2016, la canzone-saluto si è difesa debolmente nei voti della Giuria degli Esperti e in quella della Giuria Demoscopica, ma è stata ignorata dal Televoto e fatta a pezzi dal responso della Sala Stampa, immensamente deliziata dalla paraculeria inconsistente de Lo Stato Sociale. Alla fine insomma si è avverato l’intento “Vogliamo arrivare ultimi”, già in passato sbandierato con un misto di ironia e sottintesa superiorità.

“La stampa musicale non serve a niente”

Tutti contenti, quindi? Il complessimo milanese che esce – relativamente – di scena dimostrando che non c’è gusto in Italia a essere intelligenti? Le penne pregiate, che hanno indicato la canzone come la peggiore tra le venti del Festival? “Che tristezza il finto addio. Doppia tristezza se lo fanno dei dissacratori di professione. Una macchia sul finale della carriera. Voto 4” (Corriere della Sera) “Il pezzo dell’addio sfiora il didascalico. Inaccettabile”. (Repubblica). Prontamente Elio ha rimarcato con altrettanto astio che “La stampa musicale non serve a niente, soprattutto se è in mano a gente che non sa neanche cosa sia un do”.

Il circo discutibile

In questo clima acido, nessuno o quasi ha notato l’altro brano di commiato incluso nell’album finale: Il circo discutibile, un pezzo che, se presentato a Sanremo, avrebbe lasciato a bocca aperta più della garbata Arrivedorci. Il testo, nell’umile parere di chi scrive, fa impallidire i migliori temini presentati quest’anno alla kermesse:

“Io sono il desiderio della notte di Natale che Gesù si scorda, sono il tendone arlecchino rattoppato col vestito a pezze. Io sono le carezze di mia madre mentre rido al primo girotondo, e non lo cambierei per nulla al mondo questo circo del miracolo, mentre mi trucco e mi preparo allo spettacolo”.

Citazioni

Stando a Cesareo il brano è sostanzialmente di Rocco Tanica, il diamante malinconico del gruppo, in un certo senso iniziatore di questo lungo addio. Elio lo canta incastonandolo tra due citazioni (…didascaliche?): i Pagliacci di Leoncavallo, e Federico Fellini che in un frammento di Sono un gran bugiardo spiega: “Da quando ho cominciato la mia esistenza mi sembra che sia sempre lo stesso giorno… Sono sempre stato in un teatro, con un megafono in mano, a gridare, a fare il ciarlatano, il pagliaccio, il commissario di pubblica sicurezza, il generale”. Per contro, il protagonista della canzone si descrive come “il trapezista che non vola, il fachiro che ha paura degli aghi, l’unico bambino vestito da niente alla festa di carnevale”.

Viene davvero da chiedersi se non hanno proprio pensato a portare al Festival questo brano, un pezzo che avrebbe meritato di fare scuola, di toccare qualcuno tra i 100 miliardi di italiani riuniti davanti all’evento, e non solo i fan. Per quale motivo hanno preferito nasconderlo (su Spotify, tanto per dire, supera a malapena i 10mila ascolti)? Forse perché Sanremo è IL carnevale, e gli Eli ci sono andati con ogni vestito possibile? Per difendere questa creatura fragile dagli schizzi sgraditi della palude sanremese? O perché il brano è più di Tanica che degli altri? Sicuramente esiste una ragione, ci mancherebbe. Ma è quasi doloroso essere testimoni, in questo lungo addio, della diffusa vulgata secondo cui il gruppo “non ha più niente da dire da anni” e nel contempo della prova del contrario, semi-occultata dai suoi artefici quasi in sfregio al pubblico e anche un pochino a se stessi.

[di Paolo Madeddu]