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Sfera Ebbasta, Ghali e tutti gli altri trapper. Oppure i sanremesi più o meno lesi. O, ancora, la camionata di ristampe rock, ruock et similia – ripescaggi di roba muffosa scartata 30-40 anni fa, ma che ora viene bene perché occorre alimentare il tritatutto del mercato. E l’orda di più o meno sconosciuti che pubblicano dischi in catena di montaggio, che ti intasano le caselle mail di file da ascoltare, comunicati ed esortazioni a non perderti l’artista epocale (che ancora deve scoppiare, ma nel suo palazzo lo sanno già tutti quanto diventerà famoso).

Di roba in giro, per chi ha passione per la musica o semplicemente ama ascoltarla, ce n’è tanta. Pure troppa viene da dire.

Tanta roba. Ok, ma…

Uno dei fenomeni che continua a colpire (pur essendo in auge almeno dall’inizio del nuovo millennio) è quello della ristampa, del remastering, del remixaggio e delle nefaste edizioni “expanded”. Per non parlare delle collezioni di outtake e scarti vari.

Mi ha fatto riflettere che nel giro di un paio di giorni sono arrivate a raffica – complice anche l’avvicinarsi del Record Store Day, che da iniziativa gigiona e piacevole si è ormai trasformato nella fiera della stampa su vinile superlimitata per collezionisti che amano semplicemente poter dire di avere un oggetto ma per la musica che contiene non hanno alcun interesse – le notizie di una serie di ristampe e uscite “riscaldate” di colossi.

Bowie che sta per arrivare con otto “cose”, fra dischi live, 12″ e ristampe varie. E poi gli U2 e i Led Zeppelin. Giusto per fare qualche nome.

Perché lo fai?

Ma davvero, me lo chiedo con sincerità. Perché comprare la terza o quarta copia di un disco solo perché qualcuno si è messo a smanettare sull’equalizzazione e il mixaggio? Poche palle: magari non vi piace come suonava l’album originale, ma dopo 30-40-50 anni QUELLA è la versione unica, definitiva ed epocale. Tutto il resto è solo maneggio e operazione di lucidatura a uso e consumo di chi casca nel trappolone.

Maneggi, magheggi e pennarelli

Non meniamo il can per l’aia. Anche se la tecnologia avanza e – nel bene e nel male – le tecniche per registrare e per stampare poi i supporti sono sempre in via di modernizzazione, nessuno con un filo di cognizione e di amore potrebbe dire che è preferibile procurarsi un disco rimaneggiato solo perché “suona meglio” o “più moderno”. Del resto i quadri del Louvre, ad esempio, li volete vedere così come sono oppure li preferite ricolorati/photoshoppati? Ecco, appunto.

I rimasugli li diamo al gatto

E passiamo alle outtake. Può capitare che si scopra la gemma – magari un inedito o una versione particolarmente diversa di una canzone, magari rimasta nel cassetto per decenni. Ma in media la sindrome di pubblicare varie take di uno stesso pezzo spacciandole per “never heard before” è una presa in giro.

Certo sono “never heard before” perché erano state scartate e quasi sempre non erano al livello di quelle  pubblicate in origine. E nel 90% dei casi nulla aggiungono al feeling e alla storia di un disco o di un brano. Insomma, ci siamo capiti.

My 2 cents

Se si trova materiale molto valido e speciale, è giusto pubblicarlo. Altrimenti sono sempre più convinto che basterebbe tenere in catalogo i dischi belli, così come sono nella loro versione originale (no, non rimasterizzate o rimixate nulla, caspita… non toccate niente!). E senza aggiunte. I dischi, santa Madonna. Così come erano.

Perché altrimenti è come vagare perennemente in una corsia di supermercato, piena di prodotti che promettono il 30% in più di peso, la sorpresina omaggio, il concorso prestigioso o il buono sconto da panico… ma alla fine è tutta fuffa per farti spendere qualcosa in più.

[di H. Maltese]