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Diciamo la verità: i puristi non la amano. Il suo jazz è, per loro, troppo classico, patinato, didascalico. È musica che può star bene durante un veglione di San Silvestro in una qualche sala di New York, per far ballare cravatte e signore in lungo. Per i puristi, insomma, è puro artificio che nulla aggiunge all’evoluzione della musica afro-americana. Ma per tutti gli altri – e sono un po’ di più dei puristi – Diana Krall è una specie di dea.

Lo è non solo perché ne ha le sembianze, bionda e bella com’è. Ma perché altrimenti non si spiega il successo raccolto dai suoi dischi ogni volta che ne pubblica uno. Cosa che non accade di rado: dall’esordio con Stepping Out (1993) all’ultimo Turn Up the Quiet (2017) ne ha sfornati sedici. Nel 1999, con When I Look in Your Eyes, ha anche vinto un Grammy, preludio del successo planetario raggiunto con il successivo The Look of Love (2001). È per quel disco, e per l’eponimo brano, che Diana Krall è diventata di fatto la jazzista più conosciuta nel pianeta.

Con quell’aura, dunque, sbarca in Italia per due tappe del suo tour mondiale: giovedì 12 ottobre suonerà al teatro Arcimboldi di Milano, venerdì 13 all’Auditorium di Roma. E se i puristi (forse) andranno altrove, per tutti gli altri – che restano sempre di più – è l’occasione per ascoltare due cose: 1) un jazz orecchiabile invitante; 2) della musica suonata come si deve.

Diana Krall, infatti, di musica ne sa. Alle spalle ha studi in quella che è riconosciuta come la migliore università del mondo per la musica popolare (il Berklee College di Boston); accanto ha un marito di nome Elvis Costello, songwriter tra i più talentuosi nella storia del pop, con il quale la pianista ha lavorato anche alla scrittura dei versi per alcune canzoni; sopra la sua testa l’eredità di Oscar Peterson, altro canadese che nel jazz ha giganteggiato (e non solo perché era fisicamente un bestione) e che, come lei, ha scontato il distacco dei puristi a causa di una musica troppo facile.

In altre parole, Diana Krall è una musicista con i fiocchi. Laddove alcuni vedono una patina c’è, in realtà, una cura meticolosa degli arrangiamenti e della qualità di quel che si suona. Se fossimo in cucina, parleremmo di piatti tradizionali preparati a regola d’arte. Che è poi il modo migliore per comunicare un patrimonio culturale, magari avvicinando al jazz chi ne è sempre stato lontano. Anche correndo il rischio che poi gli piaccia così tanto da diventare un purista.

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