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Si intitola Blind Date, e a volerlo «tradurre» possiamo chiamarlo concerto al buio. Ma non riusciremmo ancora a farci capire, perché finiremmo per pensare a quando ascoltiamo musica nell’oscurità di un ambiente a noi familiare. C’è sempre un segnale luminoso o un profilo di penombra a ricordarci dove siamo, a non farci dimenticare le coordinate dello spazio e del tempo in cui siamo immersi. E magari a distrarci da quel che abbiamo nelle orecchie. Qui, no. Qui, intorno a noi, c’è il buio totale. E nell’aria la musica di Cesare Picco, e del suo pianoforte.

Chi scrive ha avuto modo di partecipare, anni fa, al Blind Date, formula che lo stesso pianista ha inventato e di cui al momento è esclusivo titolare nel mondo. Partecipare è un termine più adatto di assistere o ascoltare, perché a un Blind Date di Picco si prende parte. La sequenza luce-buio-luce è la traccia del concerto: la musica parte in una sala illuminata come da programma; la luce poi sfuma, come in un tramonto, precipitando la sala nel buio totale (vengono spente tutte le luci, anche quelle che indicano le uscite di sicurezza); trascorso qualche minuto, una lama di luce si staglia sullo strumento al pari di un’alba sul profilo dell’orizzonte, e piano piano è di nuovo luce. Intanto, Picco suona innestando note improvvisate su idee musicali predefinite.

Il buio totale, inevitabile, definitivo in cui si è avvolti può disorientare: qualcuno, infatti, non lo regge e chiede a chi di dovere di occuparsi di lui. Ma sono ben pochi; gli altri trovano poi il proprio orientamento lasciandosi prendere per mano dalla musica, che pare rinnovata al punto da ascoltarla come fosse la prima volta. Intorno c’è solo suono, ed è quello l’unico mezzo sul quale viaggiare verso l’alba figurata sullo strumento. Quel che c’è dopo non è più quel che era prima, perché l’ascolto della musica è stato diverso dall’ordinario e inevitabilmente i riferimenti sono cambiati.

Blind Date sarà in scena venerdì 13 e sabato 14 alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano. E con una grossa novità: Picco sarà accompagnato da un quartetto d’archi. Si tratta dei Virtuosi Italiani (Alberto Martini e Luca Falasca al violino, Flavio Ghirardi alla viola, Leonardo Sapere al violoncello). Al netto delle asperità tecniche e umane, uno strumento solista nel buio totale è ancora immaginabile. Ma cinque? Lo abbiamo chiesto a Cesare.

«Per l’occasione ho scritto una partitura che, nella parte in cui suoneremo al buio, ha punti di ritrovo, isole musicali che gestiremo insieme. Il violoncello è lo strumento con il quale dialogherò nell’improvvisazione, usando il buio come veicolo per entrare ancor più in contatto di quanto si faccia normalmente suonando insieme. Il quartetto, poi, è una formazione che vive sugli attacchi, sulla complicità delle occhiate tra i musicisti per far sì che i quattro strumenti diventino uno solo. Sarà il buio a realizzare questo piccolo miracolo».

Come hanno reagito i suoi compagni di viaggio all’idea di un Blind Date?
«Come si reagisce a una sfida: abbracciandola per esplorare orizzonti diversi, per ascoltarsi secondo codici non consueti. Sapevo che avrebbe prevalso l’entusiasmo, e non solo perché sul palco ci saranno strumenti – il pianoforte e gli archi – capaci meglio di altri di entrare nelle viscere di chi ascolta. L’entusiasmo è nato dalla constatazione di cosa il buio è capace di fare, di cosa significhi muoversi non vedendo davvero nulla. Non è come suonare a occhi chiusi: in quelle occasioni comunque uno sguardo sulla tastiera o sullo spartito, nel momento in cui ne senti il bisogno, scappa sempre. Qui no, è oscurità totale. Ma è anche un formidabile modo per ascoltarsi l’un l’altro con maggior responsabilità. La musica ne giova immensamente».

E non solo la musica, vien da dire, se dopo un concerto al buio si esce più consapevoli di una maggior profondità di ascolto reciproco. O di cosa significhi non vedere nulla. CBM, onlus che si occupa di sostenere bambini ciechi nei paesi poveri – promuove e dirige la tournée del Blind Date in Italia e nel mondo proprio per sensibilizzare le persone all’esperienza della perdita e del recupero della vista, raccontando loro l’emozione del passaggio dall’oscurità alla luce. Un motivo in più per esserci.

di Igor Principe

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