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Undici anni fa, quando nacque, la (benemerita) iniziativa chiamata Record Store Day aveva la dichiarata intenzione di attirare l’attenzione su una realtà dell’industria discografica che appariva destinata a scomparire: il piccolo negozio di dischi, magari specializzato in qualche genere musicale, che per un giorno diventava l’unico luogo nel quale era possibile acquistare dischi (o musicassette, o altri supporti sonori) realizzati in tiratura limitata ed esclusivamente per la clientela dei piccoli negozi.

Cosa è successo?

Col tempo, l’iniziativa si è affermata e consolidata, diventando un appuntamento fisso nel calendario degli appassionati di musica; però è anche andato snaturandosi, fino a diventare, come appare oggi, un gran calderone di (troppe) ripubblicazioni spesso realizzate a capocchia, o senza alcun significato artistico o collezionistico.

Si è assistito, soprattutto, alla moltiplicazione inutile di vinili picture o colorati: oggetti divertenti, forse, ma che nulla aggiungono alla discografia di un artista e alla collezione di un appassionato di quell’artista.

Le major

Quel che è peggio, però, è che al Record Store Day ci hanno messo sopra il cappello le major della discografia. Che non solo hanno aumentato in maniera inaccettabile il numero delle pubblicazioni, ma hanno anche bellamente bypassato il concetto originario, quello che voleva giustamente privilegiare il piccolo negozio di dischi, e ormai rendono disponibili le edizioni speciali del Record Store Day anche nei punti vendita della grande distribuzione.

Il Record Store Day, insomma, rischia di morire soffocato dal troppo successo. Chi si occupa del coordinamento dell’iniziativa farebbe bene a renderne un po’ più stringenti le regole.

(F. Canzonettari)

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