• 35
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    35
    Shares

Il mondo occidentale fibrilla: l’Academy sta per dare gli Oscar. Se gli accademici capiscano di cinema, non sapremmo dire: i critici danno 4 tipi di risposte, ovvero 1) “Poco” 2) “Niente” 3) “Poco o niente ma non ci importa, ci piace la baracconata” 4) “Ci sono certe logiche”.

Ma di canzoni, ne capiscono? Potremmo dare quattro tipi di risposte ovvero 1) “Poco” 2) “Niente” 3) “Poco o niente ma non ci importa, la musica ha già le sue baracconate” 4) “Ci sono certe logiche”.

Qual è la risposta più sensata? E se ci sono logiche, quali sono? Proviamo a scorrere l’elenco dei brani premiati/nominati nella categoria Best Original Song, per farci un’idea.

Quelli che non piacciono abbastanza.

Non hanno mai vinto un Oscar per la migliore canzone, anche se ci hanno sperato, Paul McCartney (2 nomination), Bon Jovi, Peter Gabriel, Bryan Adams (addirittura 3 nomination), Bjork, U2, Justin Timberlake, Lady Gaga, Pharrell Williams, Counting Crows, The Weeknd e Sting che ha il record di bocciature: quattro.

Numero che però impallidisce rispetto agli schiaffi presi da Diane Warren, autrice somma, ma rimandata a casa 8 volte su 8. Persino quando aveva l’asso nella manica, l’epica I don’t want to miss a thing cantata dagli Aerosmith, le fu preferito il forzatissimo duetto tra Mariah Carey e Whitney Houston When you believe, che NON contribuì alle fortune de Il principe d’Egitto (né all’amicizia tra le due). Ma se non altro i nomi in questa categoria sono stati presi in considerazione…

Quelli che non piacciono proprio.

Non è mai stata candidata gente che ha fatto canzoni così famose da portare ai rispettivi film una buona messe di spettatori: i Bee Gees per Night fever e Stayin’ alive, Simon & Garfunkel per Mrs. Robinson, Coolio per Gangsta’s paradise, Damien Rice per The blower’s daughter.

D’altra parte, non hanno avuto nomination nemmeno evergreen come New York, New York di Liza Minnelli, I believe I can fly di R Kelly, Don’t you forget about me dei Simple Minds, Fight the power dei Public Enemy. Tutti pezzi che un certo consenso di massa lo hanno avuto, via. Magari un po’ più di Sooner or later di Madonna, Oscar nel 1991.

Quelli che magari uno non si ricorda, ma hanno vinto un Oscar.

Tipo Joe Cocker (e incredibilmente, NON per lo spogliarello di Kim Basinger), Adele, Sam Smith, Eminem, Melissa Etheridge, Lionel Richie (…Say you! Say me!), Mariah Carey (sì, già detta, ma mette sempre di buonumore) e Annie Lennox (ma NON per Love song for a vampire: per Into the west nel Signore degli Anelli. Mah!). E Madonna due volte, con la citata Sooner or later e You must love me, da Evita. Non proprio i suoi cavalli di battaglia.

Una volta lo hanno vinto anche i Three Mafia Six. Ma sì, certo che li ricordate – quelli di It’s hard out here for a pimp, il pezzo da Hustle & Flow, Il Colore della Musica che fischiettate ogni giorno dal 2006.

Quelli che invece tendenzialmente uno se li ricorda.

Tipo Elton John, Stevie Wonder, Celine Dion (oh, veramente? E con cosa?), Bruce Springsteen e Prince. Ma lui a dire il vero non per una canzone: per tutta la musica di Purple Rain. Come Trent Reznor, volendo.

Quelli che vengono risarciti.

Che l’Academy ogni tanto si renda conto di aver ascoltato molto male, lo suggerisce il fatto che c’è chi viene indennizzato in modo abbastanza goffo per un affronto subito anni prima. Così, avendo del tutto ignorato Knockin’ on heaven’s door da Pat Garrett e Billy the Kid di Bob Dylan (quell’anno giudicata inferiore persino a Resterà l’amore ovvero Love, dal disneyano Robin Hood), il menestrello fu premiato per Things have changed (Oscar nel 2001 ma, non si adonteranno i fan, un po’ meno leggiadra).

E anche Against all odds forse era un po’ più bella di un altro brano di Phil Collins che ha vinto in seguito, You’ll be in my heart, apogeo del sempre disneyano Tarzan. Però va detta una cosa…

Disney rules.

Per ben tredici volte la statuetta della miglior canzone è andata a Topolinia. A volte con buoni motivi, a volte con esili motivetti (Zip-a-dee-doo-dah, dal lievemente razzista I racconti dello Zio Tom), a volte per inerzia: dopo la sequenza schiacciasassi La Bella e la Bestia, Aladdin, Il Re Leone nel giro di 4 anni, i senatori trovarono irrispettoso negarlo negli anni successivi a Pocahontas (Colors of the wind. Ve la ricordate? No, vero?), al succitato Tarzan e a Monster Inc. con If I didn’t have you di Randy Newman, forse anche lui compensato per You have a friend in me da Toy Story. Che sì, era distribuito dalla Disney, ma era patrimonio Pixar, quindi forse non fu nominato per non causare terremoti in California.

Perché il Gran Topo va tenuto buono: per esempio nel 1978 uscì Grease, eppure la nomination andò servilmente a Candle on the water, da Elliott il Drago Invisibile. Che stranamente non vinse: si arrese e non a Nobody does it better, hit di Carly Simon, bensì a You light up my life, da Accendi la mia vita, film anonimissimo in cui era cantata da Kvitka “Kasey” Cisyk. Chiunque fosse.

Questo decennio.

L’Oscar alla canzone è sempre stato erratico, e in passato a ogni premio difficilmente contestabile (Over the rainbow, White Christmas, Moon river, Raindrops keep fallin’ on my head, Theme from Shaft, I’m easy) ne seguivano almeno due consegnati ad amici o parenti.

Nella nostra epoca però il WTF? si sta imponendo deciso. A meno che in una vostra playlist non compaiano The weary kind di Ryan Bingham (2010), We belong together di Randy Newman (2011, da Toy Story 3. Perché nel frattempo Disney, stufa di distribuire Pixar, l’aveva acquistata – e quindi, voilà, ecco subito l’Oscar). Pietra miliare delle nostre vite anche il brano Man or muppet, dal film I Muppet (2012. Casa di produzione: Walt Disney. Che cosa ossessiva, no?). Nel 2013 vinse Skyfall di Adele, nel 2014 il carrarmato Frozen, nel 2015 fu premiata Glory di John Legend e Common (un prestigioso n.49 nelle charts USA, da Selma la strada per la libertà), nel 2016 Writing’s on the wall di Sam Smith (da Spectre, e nel 2017 la melanconica City of stars da La la land.

Decisamente più gradite al pubblico alcune delle canzoni mandate a casa: Happy di Pharrell Williams e Can’t stop the feeling di Justin Timberlake, contenute in due film d’animazione che NON erano della Disney (oops). Nemmeno una nomination per un’altra megahit, Love me like you do di Ellie Goulding da Cinquanta sfumature di grigio: l’Academy preferì candidare, dallo stesso film, Earned it di The Weeknd.

Copiando dal vicino di banco.

Ovvero i Golden Globes. Cinque volte in questo decennio la canzone vincitrice è stata la stessa decretata qualche settimana prima dalla Hollywood Foreign Press Association. Ma questo perché viviamo tempi eccentrici: negli anni 90 gli andarono dietro nove volte, ivi inclusa ovviamente quella canzone da Pocahontas senza la quale nessuno di noi può vivere.

Quindi, quest’anno.

Fatta eccezione per Mystery of love di Sufjan Stevens per Call me by your name di Luca Guadagnino, e Remember me, messicanata non banale tratta da Coco (occhio! Disney alert!) le altre tre canzoni hanno quel pathos tignoso che noi modestamente spandiamo ogni anno dal Teatro Ariston di Sanremo. Il Golden Globe è rotolato verso il trionfale The greatest showman e la sua canzone This is me, alla cui versione “global” Kesha ha regalato tutta la mediocrità che poteva. Il tutto frustrando Mary J. Blige (Mighty river) e soprattutto la sua autrice Diane Warren, al nono esasperato tentativo.

Cosa ne deduciamo?

Forse che la Best Song come perla che nasce incastonata in un film è un concetto al tramonto: i blockbuster con tutti quei supereroi pieni di conflitti interiori puntano su compilation di brani già conosciuti, ma del resto la lezione delle serie tv è che una canzone già in circolo da anni può essere un dettaglio cruciale in un racconto, nonché affrettare l’immedesimazione dello spettatore nei personaggi e nel loro universo.

Ma questo in fin dei conti ce l’avevano già spiegato le colonne sonore trashone dei cinepanettoni, no?

E comunque.

Come hanno potuto nel 1977 preferire Evergreen di Barbra Streisand a Gonna fly now da Rocky???

[di Paolo Madeddu]