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Oggi Universal Latin pubblica Love, singolo di Gianluca Vacchi. Fa piacere vedere un giovane italiano che finalmente attira l’attenzione di una grande casa discografica internazionale, colpita dal suo profilo artistico.

Non ce la faremo mai

A dare la notizia è stato addirittura Billboard; in Italia ne hanno parlato in pochi, perché da noi i ragazzi come Gianluca, che sprizzano arte e voglia di cambiare vengono osteggiati da una generazione che non si rassegna a invecchiare, vecchi che si ostinano a fare i giovani.

Peccato, perché il coraggio di Universal, etichetta ribelle che non si lascia incantare dallo hype dei social, dovrebbe essere di sprone per tutti i ragazzi che amano la musica. E anche per i nostri talent scout, visto che nelle charts internazionali arriva gente di qualsiasi nazionalità – francesi, tedeschi, svedesi, colombiani, coreani. Ci erano riusciti persino i rumeni con Dragostea Din Tei, mentre da decenni per noi non c’è verso, non ci riusciremmo nemmeno se infilassimo la nostra musica nei tortellini o nei mobili di design.

Riccanza ribelle

La multinazionale della musica ha avuto lo stesso coraggio anticonformista di Vacchi, che per dimostrare di non aver bisogno di produttori di hit globali tipo Despacito, si è rivolto ad Andres Torres e Mauricio Rengifo. Cioè i produttori di Despacito, ma non lo ha fatto in quanto produttori di Despacito: si è rivolto a loro come persone che condividono la sua ribellione verso un mondo che non ama.

Ed è facile pensare che Love e il suo video si rivelino un nuovo feroce attacco a certo fatuo edonismo, a un’Italia perennemente infatuata della “riccanza” e in sudditanza secolare davanti ai ricchi. Vacchi ha sempre attaccato ironicamente certe ostentazioni di ottuso e ostentato materialismo, rappresentandole satiricamente.

L’ultimo degli eroi

Non per nulla Vacchi è erede dei più grandi e ispirati eroi della musica: il suo messaggio anticlassista ed egualitario dà continuità a quello di Bob Marley (“Oggi non ci devono essere più barriere, io sono il distruttore delle barriere, le ho distrutte attraverso me come arma, ho preso tutte le macerie delle bombe che mi sono  esplose vicino e sono andato avanti”).

Come Patti Smith, grida che People have the power (“Il popolo ha votato Trump e io sono dalla parte del popolo”). Come Roger Waters e i Pink Floyd è sensibile alla difficoltà delle relazioni tra gli uomini (“Snoop Dogg è un mio amico, però non ci siamo mai incontrati”). Sulla scia di Frank Zappa, che spiegava come la sua musica fosse esclusivamente un prodotto della sua mente, Vacchi fa musica di provenienza puramente intellettuale, non contaminandola con l’attività fisica (“So esattamente che tipi di suono voglio su una canzone, ho solo bisogno di qualche operatore alle macchine. Possono chiamarla ghost production o come vogliono, tanto lo fanno tutti”). Nè gli sono estranee le lezioni del punk e del rap (“Io sono l’emblema del Si può fare”).

A pensar male si fa peccato, ma…

E a chi insinua che sia un babbione mantenuto dal cugino miliardario, risponde con la parola che avrebbe fatto John Lennon: per l’appunto, “Love”. Perché il giovane Vacchi sa immaginare un mondo migliore.

(Paolo Madeddu)