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Mi ha fatto abbastanza ridere (ma solo perché non vale più la pena di arrabbiarsi) un pensoso articolo di una collega sul Corriere.it di qualche giorno fa, intitolato “Ferragni, Fedez e Leoncino «l’influencer»: fa pubblicità a sua insaputa?” (lo potete leggere qui). (Sì, scusate, capisco che la musica c’entra relativamente: ma alla fine Fedez quella fa, che ci piaccia o no).

La faccenda della colonna di destra

Mi ha fatto ridere perché arriva dopo due settimane in cui sostanzialmente non c’è stato giorno in cui sulla home page di Corriere.it non sia comparsa una foto del neonato e già celebre Leone, solo o accompagnato da uno dei due o da entrambi i genitori, e corredata di testi entusiastici.

La faccenda mi ha maldisposto per un po’ – in fondo, a me avevano insegnato fin da piccolo che il “Corriere della Sera” è il quotidiano più autorevole d’Italia, e a questo concetto c’ero rimasto un po’ affezionato – poi ho semplicemente smesso di notarla. In fondo, nella colonna di destra della home page di “Corriere.it” ci si trova di tutto, dai trucchi per tenere in ordine il cassetto delle calze alle foto sexy delle giornaliste sportive più famose per le tette e il culo che per la competenza calcistica.

E se il Corriere.it pubblica ogni giorno una foto di Leone Lucia Ferragni, e continua a farlo con sistematica regolarità, questo significa che quella foto porta contatti alla pagina. Il che, ovviamente, è lo scopo di qualsiasi testata online.

Regali, sponsorizzazioni e marchi

Quello che mi ha fatto ridere, dell’articolo della collega (oddio, dovrei stare un po’ più attento a come utilizzo questo termine), è che, con il pretesto di spiegare come – secondo le assicurazioni “di tutti” (che immagino siano i diretti interessati) – i marchi commerciali, anzi “le griffe”, dei vestitini e delle scarpine e delle cuffiette e (immagino) dei pannolini usa-e-getta indossati da Leone Lucia Ferragni siano resi visibili senza che gli orgogliosi genitori siano per questo ricompensati in denaro (“sono regali, non sono sponsorizzazioni”), con questo pretesto, dicevo, la collega quei marchi e quelle griffe li cita nel suo articolo, contribuendo a rimarcare una volta di più la gratuita pubblicità fatta a quei marchi da Corriere.it pubblicando le foto del povero bambino vestito da piccolo lord griffatissimo.

The world is upside down

Quando ho cominciato io a fare il giornalista, in un articolo non si poteva scrivere “Coca-Cola” (si usava la perifrasi “una nota bibita gassata”) e non si poteva scrivere, in generale, il nome di nessun marchio commerciale e di nessuna azienda, perché sarebbe stata considerata pubblicità occulta.

Adesso siamo ridotti al punto che, per provare a sostenere la tesi che un certo modo di mostrare marchi commerciali nelle foto (quello che fa fare soldi ai cosiddetti “influencer”) non è remunerato, si scrive un articolo nel quale quei marchi sono citati direttamente ed esplicitamente. Facendo così pubblicità non occulta o “a propria insaputa”, ma palese e in perfetta consapevolezza.

“Ma mi faccia il piacere”, diceva Totò…

[F. Canzonettari]

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